Writing dreaming hoping

Writing dreaming hoping

venerdì 9 aprile 2010

5° Capitolo - in scrittura

Doveva essere mattina quando fui strappata a quella serie di sogni che impedivano alla mia mente e al mio corpo di riposare completamente.
Sbattei le palpebre più volte cercando di mettere a fuoco, mentre la dolce luce d'inizio giornata riempiva allegramente quella capanna priva di comodità.
Girai la testa alla mia destra li dove era posizionato il bracere ormai spento mentre stancamente mi passai una mano tra i capelli incrostati di sudiciume.
Per la prima volta dopo molto tempo desiderai potermi lavare almeno un poco, poiché quello delle abluzioni era un rituale presente nella mia vita quotidianamente fin da quando avevo memoria.
Provai a mettermi a sedere lentamente, ma un giramento di testa me lo impedì. Tornai così a sdraiarmi e a guardare intorno a me sconsolata, alla ricerca di un po d'acqua.
Quasi sovrappensiero spostai la pesante massa di capelli da una parte e nel farlo sfiorai la pelle delicata alla base del collo, lì dove era stato impresso a fuoco un marchio, simbolo della mia umiliazione e sottomissione. Bruciava come le altre ferite sul resto del mio corpo martoriato, ma stavo guarendo lo potevo percepire ad ogni lieve movimento.
Il mio corpo mi stava dicendo che ce l'avrebbe fatta, che nonostante i segni indelebili disegnati sulla mia pelle, sarebbe rinato e tornato come nuovo: sano e pronto a servirmi. Ma la mia anima poteva guarire completamente? sarei potuta davvero andare avanti?
Giorni addietro avevo sognato Glauco, apparsomi nel tentativo di darmi nuovamente speranza.
Finché avrei avuto la forza di compiere un ultimo respiro non avrei mai posto fine a quel dono chiamato vita, anche se in quel momento la mia era una strada lastricata di sofferenza.

D'un tratto pensai a quell'uomo, Ruari, che fino ad allora mi aveva aiutata... chissà dove era.Durante la notte mi ero svegliata in cerca di acqua e l'avevo trovato lì nella stanza, seduto con la schiena contro la parete, gli occhi chiusi i palmi poggiati sul pavimento.
Ora tuttavia non era presente nella stanza e non potei che rallegrarmene, anche se era stato un aiutante discreto e competente.
Ne approfittai per osservare ciò che avevo intorno a me. Quella nella quale mi trovavo era una capanna spoglia composta da una sola camera. Nella zona alla mia sinistra si trovava una catasta di pelli brunastre già conciate e una tavolo pieno di quelli che dovevano essere strumenti per intagliare il legno gettati malamente insieme a dei grandi e rozzi coltelli conficcati nel legno stesso del tavolo. Fasce di tessuto pulite e inutilizzate erano ordinatamente piegate sulla mensola accanto al mio letto vicino a dei piccoli vasi in terracotta contenenti degli unguenti, il che provocava un certo contrasto con il disordine che regnava alla mia sinistra.
Notai in quel momento che una delle fasciature sul mio braccio si stava inesorabilmente sciogliendo, provai a riavvolgerla inutilmente e così facendo scorsi la pelle violacea al disotto di esse, la toccai delicatamente mentre una smorfia distorceva i miei lineamenti.
Allora decisi di togliere completamente la fasciatura.
Annusai uno ad uno il contenuto di ogni barattolino disposto sulla mensola fino a che trovai quello che faceva al caso mio. Presi l'unguento e lo spalmai abbondantemente sulle ferite concentrata e decisa, ignorando le fitte di dolore. Passata dopo passata una piacevole sensazione di sollievo dato dalla freschezza della crema mi invase.
Fu mentre cercai di riavvolgere la fasciatura con una mano sola che sentii dei passi in lontananza farsi sempre più vicini.
Il cuore prese a martellarmi sempre più veloce e una fitta di terrore mi invase inaspettata. La porta si spalancò lasciando entrare oltre ad un fascio di luce molto intensa,una donna dalla corporatura bassa e dalla fisicità morbida.
La voce era cinguettante quando mi diede il buongiorno ignorando il fatto che mi ero praticamente nascosta sotto il letto, dimentica delle mie condizioni.
"Buongiorno piccolina" la donna mi sorrise apertamente mentre cominciava a riordinare la stanza. "Oggi è una splendida giornata è un peccato che tu non possa ancora godertela. Ma stai tranquilla ho detto a quello scellerato di mio figlio di passare qui più tardi cosi vedremo di farti prendere una boccata d'aria fresca. Mia madre diceva sempre che non c'e niente di meglio per aiutare una ferita a guarire che essere baciata a lungo dal nostro benedetto sole." L'accento della donna era strano, duro e forte e mancava della melodiosa cadenza del linguaggio della mia popolazione, tuttavia il fatto stesso di poterla comprendere rendeva il tutto più straordinario a modo suo. I nostri erano popoli così diversi e così lontani fra loro eppure c'era qualcosa che ci univa, solo che quel qualcosa appariva ai miei occhi come un legame spaventoso.
Rimasi in silenzio a lungo a sentire quella donna dai modi gentili parlare, scrutando ogni suo movimento senza mai distogliere l'attenzione. Seguivo con lo sguardo ogni suo passo, fino a che non ritenni che non era un pericolo.
Sempre diffidente mi spostai nella mia postazione iniziale e solo dopo qualche minuto trovai il coraggio di porle qualche timida domanda.
"Dove mi trovo?" la guardai di sottecchi mentre si fermava a rispondermi stupita"Non sai ancora dove ti trovi?"
Scossi la testa in segno di diniego e allora lei sospiro e si sedette accanto a me sul letto, provocando una reazione tutt'altro che fiduciosa da parte mia.
Mi strinsi le coperte al petto e sbarrai gli occhi ma la donna sembrò non farci caso "Sei a Caledonia tesoro, conosci questo nome?" sempre diffidente scossi la testa.
Dopo un attimo nel quale era sceso il silenzio la donna fece il primo passo nei miei confronti.
"Come ti chiami?" era la prima domanda che mi veniva rivolta dall'inizio di quell'incubo, la prima domanda che mi identificava come essere umano e non come una bestia, come se sapere il mio nome avesse importanza.
Fu così che risposi con un sussurro"Faolar"
"Il mio nome è Mùirne" mi fisso a lungo dolcemente mentre rimanevo lì ad assaporare quella sensazione dolce amara provocata dal sentir pronunciare il mio nome"Sei stata fortunata Faolar, qui sei al sicuro"
Un moto di sofferenza e rassegnazione mi spinsero a pronunciare più parole di quante ne avessi mai dette fino ad allora
"Da quando la mia vita è stata distrutta niente è stato più lo stesso, io e il mio popolo abbiamo ricevuto solo disprezzo, derisione e violenza. Guarda!" scostai le coperte per lasciarle vedere il mio corpo ancora gonfio dalle ferite e percosse "Guarda come mi ha ridotto la tua gente.Non c'è stata misericordia ne per me ne per tutte le altre povere anime giunte in questo posto." tornai a ricoprirmi "Qui non sono al sicuro, qui mi aspetta solo sofferenza, non esiste posto sicuro per chi come me è schiava del fato".
Mùirne accennò un movimento nei miei confronti ma si fermo quando vide la mia reazione istintiva "Non voglio fingere dicendo che comprendo il tuo dolore perché non è così.Niente giustifica ciò che vi è stato fatto ma tu ora sei qui a lottare per la tua vita, quindi ti prego concedimi di curare le tue ferite."
Titubai un istante, ma poi lentamente mi stesi completamente sul letto, togliendo le coperte in un silenzioso invito a procedere. Fu con delicatezza che Mùirne tolse le bende una ad una.
Non capivo perché lo stesse facendo, perché si stesse prendendo cura di me, che ero solo una schiava senza diritti. Sarei stata solo un peso, eppure nonostante la mia diffidenza, nonostante il mio immenso dolore lei era ancora lì a curarmi, pronta a sopportare tutto ciò che avrei potuto riversarle addosso.
Potevo davvero credere che dopo tutto quello che avevo passato finalmente ci fosse stato in serbo per me un po' della fortuna che mi avrebbe portata alla pace? Non lo sapevo, era troppo presto per dare una risposta ai miei dilemmi, solo vivendo avrei potuto scoprire il futuro, vedere se davvero avevo trovato qualcuno nel quale riporre la mia fiducia.
Mentre Mùirne riavvolgeva lentamente le bende intorno alla gamba destra mi disse "Non temerlo Faolar, sarà la tua salvezza"
Non risposi a quell'affermazione, era molto più facile ignorare quanto detto, non illudermi, non cercare di provare fiducia in un altro essere umano. Ero spaventata da tutto quanto, dal luogo in cui mi trovavo e dal tocco delle mani di quelle persone sulla mia pelle.
Non volevo fidarmi, non potevo fidarmi. Tutto il mio essere bramava pace e solitudine.
Guardai Mùirne ripulirsi le mani sul grembiule bianco che aveva legato intorno alla vita lanciandomi un ultimo sorriso prima di uscire dalla stanza.