Writing dreaming hoping

Writing dreaming hoping

martedì 2 marzo 2010

Schiava del fato - 4° capitolo


La mia mente era li che vagava sondando ogni minimo recesso del mio subconscio. Potevo percepire il corpo ondeggiare come sospeso nel vuoto provocandomi una sensazione davvero peculiare.
Provai ad aprire gli occhi, ma era come se niente rispondesse più ai miei comandi: insubordinazione certo. Il mio corpo si stava ribellando contro di me, non contento del modo in cui lo avevo trattato nelle ultime settimane.
Non che mi importasse un granchè in realtà, no di certo; quella del pensare era un operazione troppo faticosa; piuttosto, meglio rimanere cosi, immobile, lontana dal dolore, lontana dalla realtà, lontana da tutto.
Se avessi potuto avrei dimenticato ogni cosa, avrei abbandonato ogni ricordo, ogni luogo, ogni volto o risata, come avrei felicimente dimenticato ogni altra cosa della mia vita.
Certo non era una cosa molto coraggiosa, ma ero stanca, così dannatamente stanca, da non voler più avere a che fare con niente che mi ricordasse che un tempo ero stata viva e felice.
Tutto quello che desideravo ora era restare lì nel bel mezzo del nulla, priva di coscienza, continuando a tenere strenuamente gli occhi chiusi al mondo e a me stessa.
In quel preciso momento non sapevo dove mi trovavo, ne cosa mi stesse succedendo, non avevo la forza per cercare anche solo di capire e dare un senso a tutto e del resto, come detto prima, non ne avevo nemmeno la volontà.
L'unica cosa che mi dava la certezza di essere viva, e non in procinto di intraprendere il lungo viaggio che porta al regno degli Dei,era il costante dolore provocanto dall'alzarsi e dall'abbassarsi del mio petto.
Ogni boccata era un ricordo bruciante della vita che ancora scorreva in me, il resto erano solo un insieme ingarbugliato di sensazioni non troppo importanti.
Dopo un po credo di aver perso conoscenza, sentendo l'oblio chiudersi sopra di me pronto ad ingoiarmi e ad allontanarmi anche da quel piccolo barlume di razionalità rimastomi.
Dietro di esso restò il vuoto, il nulla. Solo la mia vita che stillava in piccole gocce ricandendo poi una ad una lì dove regnava il buio, e dove si nasconde tutto il peggio che alberga in ogni essere umano.
Non so quanto tempo passai in quell'luogo che è chiamato NULLA, so solo che il dondolio iniziale fu sostituito da un tremolio instabile, sostituito a sua volta da un altre benedetto momento di pace e oscurita.
Solo una volta riuscii ad aprire gli occhi, e ciò che vidi fu un largo petto sul quale era pogiata la mia guancia.
Tenni lo sguardo fisso di fronte a me per pochi attimi, poi l'incoscienza torno ad inghiottirmi nuovamente, per quella che non sarebbe stata l'ultima volta.

La leggera brezza mi sfiorò delicatamente il vestito, mentre con il volto rivolto al sole muovevo languidamente un piede,immerso nell'acqua del lago a poco più di due ore di cammino da Ellade.
Il cinguettio degli uccelli faceva da sottofondo a quel momento di pace così perfetto. Niente avrebbe potuto rovinarlo.
Ripensai alla festa e a come le braccia di Rolande mi avevano stretta a se durante la danza. Sentii il sangue salirmi a colorare le guance senza bisogno di specchiarmi nell'acqua.
Con un sospiro deliziato sollevai il piede e mi lasciai cadere sull'erba in fiore sorridendo speranzosa, pregustando gia l'incontro successivo che di certo sarebbe avvenuto quella sera stessa.
"Sorella"
Spalancai gli occhi al suono della voce di mio fratello. "Glauco sei tu"
"Sorella" il tono tormentato della voce mi spinse ad alzarmi e a voltarmi.
Appena posai gli occhi sulla sua figura insanguinata lanciai un urlo e corsi verso di lui. "Glauco mio Dio sei ferito"
Mi prese le spalle e le strinse in una morsa "Torna indietro e combatti"
"Non capisco cosa vuoi dire..."
"Combatti!"
Lacrime brucianti scesero sulle mie guancie senza saperne il motivo. Le asciugai e una volta guardatami i palmi li vidi insanguinati. Tutto ad un tratto mi sentii strana e dolorante.
"Glaudo non posso. Non posso farlo" Scossi la testa piangendo e sporcandomi ancora di più.
"Si che puoi, devi! per tutti noi Faolar, fallo per noi che ti amiamo,vai avanti, affronta le avversità a testa alta, e vivi! fallo per amor nostro. Vivi per noi Faolar. Non fuggire dalla realtà, non venire più qui. Affronta tutto e vivi!" Le sue mani mantennero la presa, mentre i suoi occhi erano fissi nei miei come due fuochi ardenti che cercavano di infondermi la sua forza. E allora ricordai tutto quanto. L'invasione, e l'uccisione di mio fratello sotto i miei stessi occhi, sentire la sua vita scivolare via proprio sopra di me, riecchegiando nel silenzio che si era venuto a formare nel mio cuore.
"Mio Dio!" singhiozzai "Mio Dio Glauco" lo abbraccia, stringedolo a me con tutta la forza possibile "Non posso farcela, è cosi difficile, non c'è più amore per me, ne un luogo da chiamare casa. Come posso affrontare tutto questo? c'è solo sofferenza,dolore e solitudine."
Mi stacco da se, accarezzandomi la guancia con la mano. "Mi chiedi come puoi proprio tu che sei sempre stata così coragiosa? ti ricordi quella volta quando avevi sette anni, quando sei rimasta imprigionata in quella buca nella foresta per più di quattro ore?" Anuii con la testa, cercando di pulirmi il viso "Si mi ricordo ma non è niente in confronto a quello che mi sta accadendo ora" Sorrise ravvivandomi una ciocca dietro l'orecchio "Certo lo so" fece una breve pausa prima di riprendere " ma eri una bambina, e nonostante tutto quando ti abbiamo trovata, ci hai salutato, tranquilla come se fossi stata tutto il tempo a giocare con le bambole, e non hai fiatato nemmeno quando ti abbiamo rimesso a posto il braccio." si stacco da me "Eri coraggiosa fin da allora, e forte. Quello era solo la promessa della splendida donna che promettevi di diventare" rimasi in silenzio cercando di assorbire le sue parole. "Ora sei quella donna,guarisci, e cerca di fare della tua vita ciò che sarebbe sempre potuta essere"
Presi la sua veste nelle mie mani strattonandolo debolmente "Ma tu? come potrai tu? forse se non fossi tornato indietro a cercarmi ci saresti tu al posto mio, ci saresti tu qui a lottare" mi stacco piano le mani stringendomele poi nelle sue.
"Forse. Magari sarei ancora vivo e magari, solo magari, sarei stato al posto tuo. Ma sai una cosa sorellina?" scossi la testa. "Non rinnego niente di ciò che ho fatto, ti ho amata e sono stato felice di sacrificare la mia vita per permetterti di avere una possibilità di farcela." lo guardai mentre lasciandomi le mani piano piano si allontanava, vestendo quella tunica macchiata di sangue che era li in ricordo delle ferite mortali che aveva ricevuto.
"Vivi, Faolar, e noi vivremo con te".
"Addio...fratello".


"Ah!" mi alzai a sedere di scatto mentre una scarica di dolore si diffonteva in tutto il corpo.
Una mano gentile si posò sul mio petto spingendomi giù.
Fissai lo sconosciuto con occhi spalancati, mentre questi immergeva un panno in un catino vicino al letto,strizzandolo poi con entrambe le mani.
Quando tornò ad avvicinarsi con la pezza tentai debolmente di allontarmi, impaurita dalle intenzioni dell'uomo.
Guardando i miei patetici tentavi lo sconosciuto mi blocco delicatamente un braccio costringendomi cosi a fermarmi.
"So che è inutile chiederti di non avere paura" abbassò lo sguardo sul mio corpo, seguendo così il movimento della sua stessa mano mentre con la pezza mi ripuliva le ferite sulle quali si erano formate delle incrostazioni. "Ma voglio comunque farti sapere che non ho intenzione di farti del male".
Mentre continuava il suo lavoro di pulitura ripresi completa coscienza del mio corpo, e con essa mi riappropriai del dolore che mi invase potente, lasciandomi febbrile e semi incosciente.
Volevo allontanarmi da quel letto, allontarmi da lì, ma non potevo. Ero in balia di quello sconosciuto, nuda e ferita, completamente alla sua mercè.
Lo guardai muoversi lentamente, mentre continuava imperterrito il suo lavoro, Ignorando il mio sguardo impaurito, comportandosi come se tutto fosse completamente naturale.
Chiusi gli occhi cercando di escluderlo dalla mia visuale.
Vivere...era questo quello che mi aveva chiesto Glauco.
Era una cosa davvero difficile, ma ci avrei provato, un poco alla volta.
"Hai la febbre" quella dell'uomo era una voce pacata e profonda.
Aprii gli occhi, tornando a guardarlo per un attimo prima di richiuderli nuovamente. Mi sentivo accaldata e dolorante, e uno stato di confusione non mi permise di pensare oltre alla mia situazione. Fu così che permisi nuovamente all'oblio di accogliermi tra le sue braccia.

Fuoco,grida e morte si mischiavano ad immagini di un passato impossibile da dimenticare, che prendeva vita in me come se mille fiamme vive bruciassero tutto quello che era rimasto del mio corpo martoriato.
Non potevo rimanere lì, dovevo muovermi, dovevo fare qualcosa per scacciare quelle visioni terribili, dovevo...
"Stai calma" una mano fresca si posò sulla mia fronte, occupando il posto di quella che doveva essere una pezzuola fredda.
"Ah" appena cercai di alzarmi scariche di dolore si propagarono tra i miei arti, e la debolezza mi schiaccio nuovamente sul materasso.
"Il braccio dell'uomo cinse le mie spalle e mi portò alle labbra dell'acqua, che bevvi con avidità.
"Piano, non esagerare" lo guardai negli occhi mentre bevevo più lentamente.
"Ecco così brava a piccoli sorsi". Una volta finito di bere mi riadagio giu lentamente.
Una mano si alzò per scostarmi una ciocca di capelli dal viso, ma nonostante la malattia, fui veloce a scansarmi per impedire che mi toccasse più del dovuto.
Non conoscevo quell'uomo, e il suo aspetto, per quanto piacevole, mi ricordava troppo quella razza così crudele.
Mi aveva trattata con gentilezza dal primo momento in cui ci eravamo incontrati, al mio arrivo il quel luogo estraneo ed ostile, aiutandomi ad alzarmi in un momento di difficoltà, ma era pur sempre uno di loro, e non bastava qualche gesto gentile per cancellare con un colpo solo tutto ciò che mi era stato fatto.
Tuttavia, dopo averlo rifiutato così palesemente ebbi paura della reazione che avrei potuto suscitare e mi coprii istintivamente il viso con le mani, aspettando una punizione che con mio grande stupore, non arrivò mai.
Abbassai lentamente le mani rimanendo in silenzio. Lui era ancora lì con la mano sospesa e lo sguardo triste.
"Non avere paura di me" sospirò "Lo so che per te è difficile accettarlo, ma non sono come loro" Si alzò dalla sedia posta vicino al lato del letto sul quale ero distesa.
"Hai tutte le ragione per reagire così. Ora riposa"
Potei sentire il rumore dei suoi passi mentre si allontanava dalla stanza, permettendomi di tornare a rilassarmi.
Chiusi gli occhi e scivolai in un sonno profondo.

Non so quanto tempo passò prima di riaprire nuovamente gli occhi, So solo che quando mi svegliai la stanza era fiocamente illuminata dalla luce di una candela.
Mi sentivo ancora debole e dolorante ma, la prima cosa che feci fu controllare che in giro non ci fosse nessuno.
Piano piano mi alzai a sedere, memore del mio stato di salute, una volta riuscitaci mi sentii orgogliosa della mia piccola conquista.
Scostando le coperte pogiai i piedi sul pavimento di legno, fermandomi qualche momento per riprendere le forze. Purtroppo dovevo andare in bagno e volevo farlo prima che arrivasse lo sconosciuto ad aiutarmi. Vagai con lo sguardo per la camera in cerca di un piccolo secchio o qualche altra bacinella, ma l'unica che vidi disponibile era piena di acqua insanguinata accanto al mio letto.
A quanto pare sarei dovuta uscire fuori. Presi fiato e sempre muovendomi molto lentamente cominciai ad alzarmi in piedi. Appena sollevatami ebbi subito un capogiro e dovetti appoggiarmi al piccolo tavolino sul quale era poggiata la bacinella.
Il mio corpo era ricoperto di bende a loro volta macchiate del mio stesso sangue, subito provai un conato di nausea.
Tuttavia nonostante il giramento di testa, andai avanti imperterrita mettendo un passo dietro l'altro fino ad arrivare allo stipite della porta al quale mi appoggiai pesantemente. Ero sfinita, ma dovevo provare lo stesso. Spalancai tremante la porta di legno, e mi ritrovai fuori.
Il vento freddo della sera mi investi improvvisamente. Chiusi gli occhi per un momento cercando di assaporarlo nonostante il mio corpo gemeva dal dolore. Poi liriaprii mandandando indietro la testa e guardando il cielo stellato sopra di me, che si stendeva splendente e magnifico sopra il mondo, gettando sulla terra un velo luminoso che rendeva tutto magico.
Alla fine quando sentii di non farcela piu trovai un piccolo angolino poco lontano dalla porta, che raggiunsi tenendo una mano poggiata alla parete. Finalmente arrivai alla mia meta, accovacciandomi e liberandomi. Poi mi rialzai in piedi e la vista mi si offuscò, mossi qualche passo nella direzione nella quale ero venuta, ma alla fine mi accasciai al suolo, incosciente.
Poi avvertii afferrami sotto le spalle e una mano scivolarmi nella piega delle ginocchia, e lasciai il suolo, sorretta da quel uomo che tante volte mi aveva aiutata prima di allora.
Lo guardai mentre mi trasportava e sembrava irritato, o forse la sua era solo preoccupazione. Quando si accorse che lo stavo osservando torno a guardarmi con quegli occhi incredibilmente magnetici. Poggiai la testa sul suo petto, priva di forze, mentre varcavamo nuovamente la soglia della casa e venivo riadagiata sul letto, oramai diventato freddo.
Appena mi ebbe coperta si girò verso le braci oramai spente e armeggiò intorno al braciere con delle pietre focaie accucciandosi, mentre esplicava il suo compito. I colpi delle due pietre che si sfregavano tra loro riecheggiò fino a quando il fuoco fu riattizzato. Alzandosi in piedi parlò facendo riecheggiare la sua voce nella stanza tornata al completo silenzio. “Perché non mi hai aspettato?” attese una risposta che non giunse mai. Strinsi debolmente le coperte al petto temendo una reazione irata. “Capisci quello che hai rischiato? Non sei in grado di muoverti da sola, avresti dovuto aspettarmi” fece una pausa. Più che arrabbiato sembrava accigliato “Bene, rimani anche in silenzio, ora però devo ricontrollarti le fasciature, sono insanguinate, qualche ferita deve essersi riaperta” si avvicinò al letto con fare deciso. Tirò delicatamente le coperte e quando vide che non ero disposta a cedere terreno, mi tolse le mani con decisione scostando poi le coperte da se.
Fissai per la prima volta il mio corpo dopo molto tempo. Grandi strisce di tessuto mi fasciavanovil corpo dal seno fino ad rrivare alle ginocchia. Non pensavo di essere ridotta così male, ecco spiegato il bruciore che mi torturava.
Alcune delle fasciature erano macchiate di sangue.
"Dovrò toglierti queste tre fasce, e per farlo ho bisogno che tu ti alzi a sedere" Anuii debolmente e appena accennai a muovermi mi venne in soccorso cingendomi le spalle con un braccio e aiutandomi fino a quando non mi ritrovai nella posizione desiderata.
Tenevo lo sguardo lontano da quel suo volto che tanto mi turbava, fissando invece le sue grandi mani, dalla forma affusolata.
I calli sui polpastrelli dimostravano che anche lui era avezzo al lavoro e a maneggiare una spada. Tuttavia la sua pelle non possedeva la sgradevole consistenza di quelle mani che mi avevano armeggiata prima del suo arrivo. Evidentemente il suo mestiere principale non era quello di soldato, e di questo ne fui lieta, era un piccolo particolare che mi aiutava a ricordare che non era lui il mostro che mi aveva fatto tutto questo.
Provai vergogna quando mi denudò parzialmente, ma i suoi movimenti pacati e regolari cominciarono a rilassarmi come è solito fare una leggera litania.
Fu per questo che non mi stupii quando prese un vasetto di terracotta sopra la mensola pogiata vicino alla parete sulla quale era vicino il piccolo bracere.
Appena tolse la pelle che copriva l'estremità superiore si diffuse in camera l'odore inconfondibille dell'Altea e della Malva.
Un senso di familiarità mi pervase, ricordando i lunghi pomeriggi trascorsi con mia madre nei boschi, in cerca di nuove piante da utilizzare.
Le donne della nsotra famiglia erano guaritrici e cosi ero stata educata io stessa.
Quello che l'uomo stava preparando era un cataplasma per lenire ferite della pelle e favorirne la cicatrizzazione.
Lo osservai prendere abbondantemente l'unguento e posizionarlo da tra due fasce, andando poi a posizionarlo direttamente sulla pelle scoperta.
Una sensazione rinfrescante giunse benedetta e mi lasciai sfuggire un piccolo gemito, per la prima volta dopo molto tempo non di dolore.
Mi voltai verso l'uomo e vidi che aveva l'angolo sinistro della bocca sollevato in un leggero sorriso, cosi che mi sbrigai a girare di nuovo la testa, sentendo il rossore salire a colorarmi le guancie gia arrossate dalla febbre.
Rimasi in silenzio per tutto il tempo che servì ad applicare il cataplasma, poi prima di essere riadagiata giu, l'uomo si alzò dalla sedia e si diresse verso un piccolo pentolino da poco tolto dal fuoco.
Riempì un bicchiere con quello che doveva essere un decotto d'agrifoglio, e tornò poi verso il letto porgendomi il bicchiere che era anch'esso di terracotta.
"Bevi" disse perentorio " Serve ad aiutare la febbre a lasciare il tuo corpo".
Presi la tazza dalla sua mano tesa, e lo sorseggiai lentamente, troppo debole per accennare anche una sola protesta. Del resto mi stava curando in maniera esemplare e non avevo il diritto di lamentarmi.
Una volta finito di bere, gli tesi nuovamente il bicchiere, e poi mi sdraia, felice di addormentarmi.
Tuttavia prima di lasciarmi andare, girai la testa verso di lui e con voce roca gli domandai "Qual'è il tuo nome?"
Mi diede le spalle prima di rispondermi "Mi chiamo Ruari di Moray" attese un momento prima di diriggersi verso la porta e spalancarla "Ora riposa"
Appena sentii il suono dei suoi passi allontanarsi, chiusi gli occhi e ripetei silenziosamente il nome del mio salvatore.

2 commenti:

  1. Bello anche questo capitolo, quando scrivi il 5°? Mi piacerebbe continuareeeeeeeeeee

    RispondiElimina
  2. Ciao, tantissimi auguri di buona Pasqua! :))

    RispondiElimina